Notizie Flash

Il tuo nuovo punto di vista

La Dura Legge del Gol #10 | 8 febbraio 2016

Interlinea+- ADimensione carattere+- Stampa questo articolo

È accaduto una settimana fa all’esterno dello stadio San Paolo. A diversi tifosi partenopei è stato impedito di introdurre all’interno dell’impianto sportivo le sciarpe su cui era impresso, oltre che il simbolo della SSC Napoli, anche lo stemma borbonico. Il sequestro, operato dagli agenti della Digos e dagli steward in esecuzione di un divieto imposto dalla Federazione, potrebbe adesso avere dei risvolti giudiziari.

A farsi portavoce dell’iniziativa, il Movimento Neoborbonico, che tra l’altro ha preannunciato azione risarcitoria per i cori di discriminazione territoriale registrati in occasione dell’ultima di Marassi contro la Sampdoria.

Con una nota ufficiale, l’associazione ha comunicato d’aver conferito incarico ai propri legali al fine di procedere nei confronti degli esecutori del sequestro, anche in considerazione del fatto che, a seguito di regolare richiesta, il GOS (Gruppo Operativo di Sicurezza), aveva acconsentito all’uso di sciarpe e bandiere borboniche, “purché associate a colori e simboli del Calcio Napoli”. Non pareva dunque sussistere alcun dubbio sulla legittimità dell’uso dello stemma borbonico del Regno delle due Sicilie, tanto più che lo stesso Calcio Napoli lo aveva utilizzato per una linea di abbigliamento ufficiale.

La richiesta risarcitoria del Movimento sarà indirizzata nei confronti dei responsabili dell’ordine pubblico presso lo stadio San Paolo, oltre che dello stesso club partenopeo. Nel frattempo, presentata anche un’interrogazione al Ministro degli Interni sull’operato delle Forze dell’Ordine.

L’aspetto più volte evidenziato nel comunicato stampa con cui è stata preannunciata l’azione legale, concerne la portata culturale e sociale – in alcun modo, dunque, politica – della simbologia delle Due Sicilie, che “rappresenta la sintesi di una storia plurisecolare, di una cultura, di una identità e di un orgoglio che nessuna legge può e potrà mai vietare”.

Posto che lo stemma borbonico sia incorso in uno sbarramento pur non risultando connotato da alcuna valenza politica, come la si mette con le svastiche e le croci celtiche che ancora campeggiano, invece, in diversi stadi?

La Cassazione ha inequivocabilmente stabilito che esporre simboli fascisti allo stadio è reato. Un reato che “sussiste per il solo fatto che taluno acceda ai luoghi di svolgimento di manifestazioni agonistiche recando con sé emblemi o simboli di associazioni o gruppi razzisti e simili, senza che sia necessaria un’iscrizione o affiliazione” e che si sostanzia “nella condotta di uso di simboli propri delle organizzazioni nazionaliste”. Il riferimento normativo, in questo caso, è rappresentato dalla Legge n. 645/1952, che ha introdotto nel nostro ordinamento il reato di apologia del fascismo (fattispecie sottoposta anche al vaglio della Corte Costituzionale).

In linea con i principi dettati dalla Corte di Cassazione, il recente daspo inflitto dal Questore di Varese ad un consigliere comunale di Busto Arsizio, reo d’aver postato su un social network la fotografia che lo ritraeva insieme ad alcuni ultras della Pro Patria – riconosciuti nonostante il volto coperto – nel mentre si esibiva in un saluto romano. Al consigliere del PDL, già daspato per reati da stadio, è stato inibito l’accesso alle manifestazioni sportive per i prossimi cinque anni. Sono nel frattempo in corso le indagini della polizia per l’identificazione degli altri responsabili del gesto.

Di diverso avviso, invece, il Tribunale di Livorno (dott. Antonio Perrone), che sovvertendo i principi di diritto enunciati dal Giudice di legittimità, lo scorso marzo ha assolto quattro ultras scaligeri, sottoposti a processo per aver accolto la propria squadra al Picchi (era il 3 dicembre 2011), con il saluto fascista. Il Tribunale ha ritenuto che, essendo l’episodio maturato all’interno di uno stadio e dunque in occasione di una manifestazione di carattere sportivo, ciò facesse “dubitare fortemente che il gesto fosse idoneo a pubblicizzare idee violente e discriminatorie, che fosse finalizzato alla ricerca di consensi in questo senso, che avesse concrete possibilità di raccogliere adesioni”, trattandosi piuttosto di “una provocazione rivolta agli avversari”, non essendo lo stadio “normalmente il luogo deputato a fare opera di proselitismo”.

Insomma, ancora si registrano contrasti giurisprudenziali rispetto ad una fattispecie di reato – ormai – storicamente riconosciuta. Immediata è stata, invece, l’esecuzione di un divieto posto dalla Federazione, rispetto ad una condotta per cui la stessa Questura aveva rilasciato il proprio placet.

12660473_10208490870097615_1855440155_n

Grafix - Studio Grafico

La dura Legge del Gol

La Dura Legge del Gol #13 | 9 agosto 2016

La Dura Legge del Gol #13 | 9 agosto 2016

Non solo barriere nelle curve, blindate dal questore D’Angelo lo scorso mese di febbraio e confermate dal Comitato per l’Ordine e la Sicurezza. Nuove ed ancor più rigide misure di [...]

SEGUICI SU FACEBOOK

febbraio: 2016
L M M G V S D
« Gen   Apr »
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
29