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La Dura Legge del Gol #12 | 2 giugno 2016

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Dignità e decoro si impongono ad un avvocato anche allo stadio, non solo nelle aule di giustizia. Lo ha stabilito il Consiglio Nazionale Forense con una sentenza dello scorso maggio, chiarendo che i doveri di cui all’art. 5 del Codice Deontologico Forense – probità, dignità e decoro – debbano essere salvaguardati da un iscritto non solo in ambito strettamente professionale, ma anche nella propria sfera privata.

La pronuncia del CNF è intervenuta in relazione alla vicenda di un professionista sottoposto a procedimento disciplinare dal Consiglio dell’Ordine di appartenenza a seguito della condanna rimediata in sede penale per i disordini cui lo stesso aveva partecipato in occasione di un Inter-Roma del 25.03.2002.

Gli scontri fra tifosi e polizia a margine della gara erano costati all’avvocato una condanna a sei mesi di reclusione ed un daspo della durata di tre anni. Pena patteggiata – come precisato il professionista dinanzi al CdO – per “evitare possibili, ulteriori conseguenze di carattere personale, professionale e familiare ed, in particolare, la possibile esecuzione di misure coercitive“.

Nel procedimento disciplinare avviato dal COA di Perugia veniva contestato al professionista – tra le altre cose – di “avere, in data 25 marzo 2002 nello Stadio di San Siro, in occasione della partita di calcio Inter-Roma, usato violenza per opporsi al personale della polizia di Stato… e, più precisamente, per aver colpito con un seggiolino l’elmetto di un operante e per aver lanciato corpi contundenti e, comunque, un seggiolino in modo da creare pericolo per le persone presenti allo stadio. Con ciò violando l’art. 5 del Codice Deontologico Forense in base al quale l’Avvocato deve ispirare la propria condotta all’osservanza dei doveri di probità, dignità e decoro”.

Capo, quest’ultimo, fermamente contestato dal professionista, che sosteneva l’irrilevanza – in sede disciplinare – dei fatti che attengono invece alla vita privata di un avvocato.

A conclusione del procedimento, il COA di Perugia infliggeva al professionista la sanzione della sospensione per due mesi, ritenendo altamente lesiva del decoro della categoria – in particolare – la sanzione dell’obbligo di firma emessa a carico dell’incolpato.

L’avvocato impugnava tale decisione innanzi al Consiglio Nazionale Forense.

Allineandosi al Consiglio dell’Ordine di Perugia, il CNF ha ribadito che “l’art. 5 CDF, oltre ad enunciare il principio per cui l’avvocato deve ispirare il proprio contegno all’osservanza dei doveri di probità, dignità e decoro, salvaguardandoli anche nella sua sfera privata, vieta al professionista di trascendere in comportamenti che si discostino da tali valori. Quanto alla vita privata, la giurisprudenza domestica ha più volte evidenziato che i fatti disciplinarmente rilevanti non siano solo quelli che direttamente attengano all’esercizio dell’attività professionale, ma valgano anche quelli che connotino negativamente la figura di un iscritto all’albo, e che non abbiano una precipua connotazione riservatamente privata, nonché quelli idonei a gettare discredito sull’immagine della categoria professionale. Nessun dubbio può, quindi, sollevarsi sulla competenza del Giudice disciplinare a conoscere anche del comportamento dell’avvocato in ogni aspetto della vita di relazione, ancorché per fatti non attinenti all’attività professionale“.

In sostanza, ritenendo che la condotta del professionista abbia leso l’immagine della categoria professionale, il CNF ha respinto il ricorso, confermando la sanzione inflitta dal COA di Perugia.

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